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Dollìrio

di nino romeo

con

graziana maniscalco e nino romeo

regia

nino romeo

scene e costumi

umberto naso

musiche

franco lazzaro

 

Premio dell'Associazione Nazionale Critici di Teatro (premio Inscena)

a Graziana Maniscalco

 

A Mara sono stati uccisi i genitori: si rivolge a Dollìrio (don Lirio), il boss del quartiere, al quale affida la sua vendetta. Nel corso delle sette scene di cui si compone il dramma e che coprono un arco temporale di circa venticinque anni, assisteremo all'ascesa di Mara all'interno della famiglia di Dollìrio: da sguattera a padrona di casa, moglie del figlio del boss; da faccendiera a complice, a imprenditrice degli affari della famiglia; sarà Mara a gestire, in prima persona e per conto di Dollìrio, il passaggio dalla mafia di quartiere alla mafia imprenditoriale, integrata nel mondo finanziario ed economico, contigua ai poteri, primo tra tutti quello politico.

 

Alla graduale decadenza fisica, sino alla paralisi, di Dollìrio, si contrappone la crescente vigoria e volitività di Mara, in un progressivo gioco a spirale che è anche lotta tra mondo maschile e mondo femminile all'interno dei perversi intrecci di poteri. E la forza scenica del femminile è assecondata dal linguaggio dell'opera, in costante disequilibrio tra italiano e siciliano: un linguaggio che, pur proponendosi d'invenzione, non rinuncia al realismo e alla concretezza -e alla crudezza- che impone l'argomento trattato.

Con Dollìrio Nino Romeo prosegue l'indagine sulle dinamiche interne alla malavita organizzata nel catanese -per certi aspetti diversa da quella della Sicilia orientale- già intrapresa in Chiamata d'asso (Targa speciale della giuria al Premio Fava 1990) e in !Cucì...Cucì! (Premio Fava 1992).

 

Note di Nino Romeo, autore e regista di "Dollìrio"

"Anni fa vidi in televisione una ragazza che aveva perso entrambi i genitori in un incidente: non riusciva a piangere, parlava a fatica, umettava di continuo le labbra, dondolava il capo, a volte scoteva il busto come fosse una pertica; furono sufficienti poche immagini per imprimere nella mia memoria lo smarrimento e la solitudine che quella ragazza si portava dentro. Da quell'immagine sono partito per costruire la struttura, narrativa e drammaturgia, di questo testo teatrale, ponendo a confronto, all'inizio del dramma, l'immagine di quella ragazza indifesa -che ho chiamato Mara- con un uomo di potere -potere mafioso- che ho chiamato Dollìrio. La storia che si dipana è ricca di richiami a fatti di cronaca avvenuti in Italia negli ultimi trentanni; il linguaggio di Mara è parzialmente mutuato dallo slang metropolitano in uso nei quartieri popolari della mia città -ed io sono nato e cresciuto in uno di questi quartieri, definito ad "alta densità mafiosa"-. Ma Dollìrio non è un testo sulla mafia; è piuttosto un testo che si sviluppa all'interno di una famiglia di mafia, che tenta di auscultare i battiti di quel potere: potere onnivoro e onnipresente, per tanti aspetti assimilabile ad un potere statuale. E Mara, dapprima estranea a quel potere, nel corso della vicenda, assume il linguaggio -verbale ed extraverbale- e la logica di quel potere, sino a gestirne i mutamenti e gli adattamenti relazionali. Il finale non prevede alcun pentimento né ravvedimento: in Mara prevalgono, progressivamente, smarrimento e dislocazione, da lei stessa confermati, e racchiusi nella frase: "io ho fondato la mia causa sul nulla"; frase con cui Max Stirner apre e chiude il suo "Unico": una frase polisemica, ma già per sé significante.

Il testo ha un forte impianto narrativo. In sede di allestimento ho ricercato l'elemento strutturale che riuscisse a legare i frammenti di storia -e i progressivi mutamenti del personaggio di Mara- che si succedono nelle sette scene della pièce. Questo elemento unitario l'ho trovato in una frase di Mara nel sottofinale dell'opera: "ripassare questi trentanni al setaccio di una coscienza rinnovata". Così l'inscenamento del racconto teatrale assume i caratteri di un riepilogo della memoria e della coscienza della protagonista: un punto di vista intrasoggettivo affidato alla scena e che nella scena trova consistenza. Il realismo narrativo del testo -che mi ha avvinto nella fase di scrittura- perde la trama di "sequenza cronologica di eventi" per attestarsi nelle zone di marginalità di un iperrealismo forzato della memoria."


Motivazione del Premio InScena a Graziana Maniscalco (anno 2007)

"Attrice di vivido temperamento filtrato da misura interpretativa e razionalità dell'espressione -sia mimica che vocale- lavora da tanti anni al perfezionamento di una femminile individualità di attrice, ove la passionalità mediterranea si congiunge idealmente ai più rigorosi modelli della grande drammaturgia nord europea. Animatrice del gruppo Iarba di Catania, analizza un labirinto linguistico che esula dallo stereotipo dialettale facendosi ricerca di un lessico inusitato e restituito a nuova dignità poetica, come nel caso di Dollirio rappresentato di recente allo Stabile di Catania”

 

scheda - rassegna stampa - fotogalley


Estratto della rassegna stampa

 

hanno scritto di Dollìrio

ANCT (Associazione Nazionale Critici di Teatro) - Dejan Bozovic - Roberto Canziani - Alessandra Ceravolo - Giuseppe Condorelli (2) - Alessandra Corica - Sabina Corsaro - Maurizio Giordano - Francesca Motta - Francesco Nicolosi Fazio - Angelo Pizzuto - Paolo Randazzo - Liliana Rosano - Sergio Sciacca - Guido Valdini


Francesca Motta «La Sicilia» del 29 aprile 2007

Catania - Non poteva mancare nella rassegna dedicata alla nuova drammaturgia "Nuovoteatro" del Teatro Stabile di Catania un autore, regista e attore del calibro di Nino Romeo.

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Sergio Sciacca «La Sicilia» del 3 maggio 2007

Catania - (...) Il Dollìrio di Nino Romeo (...) si stacca nettamente dai canoni acquisiti: non ha una morale riconoscibile (...), non ha un linguaggio plebeo consueto, ma un tessuto linguistico di esemplare ricchezza sia nella forma colta che in quella popolare (attentamente, anzi filologicamente, studiata nelle sue stratificazione) (...) Sulle scene essenziali eppure continuamente mosse (instabilità delle relazioni) di Umberto Naso e con il commento musicale altrettanto efficace di Franco Lazzaro, Graziana Maniscalco domina la scena impersonando i vari volti della donna che sta dentro la mafia. Disperata, insinuante, elegante, volitiva, beffarda, cinica, vendicativa, sguaiata: una gamma inesauribile di figure trattate con gesto sicuro su uno sfondo umano sempre più decrepito. E non è solo ritratto psicologico: è anche studio formale. La lingua usata dalla donna viene sapientemente dosata dalle colorazioni triviali (...) fino alle impennate di eloquio più ricercato (...) Per questo il pubblico dell'anteprima ha fatto segnare il tutto esaurito ed assoluta unanimità di apprezzamento.

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Giuseppe Condorelli «Giornale di Sicilia» del 3 maggio 2007

Catania - Nino Romeo, regista catanese tra i più rappresentativi della drammaturgia italiana contemporanea, è tornato con la sua novità assoluta (...) che segna il ritorno sulle scene di Romeo nella sua città dopo la chiusura forzata del Camera Teatro Studio da lui stesso fondata.

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Alessandra Corica «Step1» del 5 Maggio 2007

Catania - (...) Graziana Maniscalco dà una grande prova di sé: sulla scena è al tempo stesso giovane indifesa, amante sibillina e padrona monumentale. Offre un'interpretazione sanguigna, appassionata e appassionante. Accanto a lei, Nino Romeo, autore e regista dello spettacolo, veste i panni di Dollirio: senza mai parlare, racconta la sua storia di declino con lo sguardo e con i gesti, imperiosi all'inizio, nulli alla fine. Lo spettacolo si snoda veloce davanti agli occhi dello spettatore, nella scena suddivisa in tre parti. Al centro del palco lo spazio è quello della vita e della parola, dell'azione e della sopraffazione; ai lati, racchiuse da due velari semitrasparenti, due nicchie. In esse, di volta in volta, Mara cambia veste, segnando così la sua maturazione, la sua ascesa con il passare degli anni: è come se fossero le due parti di una clessidra, all'interno delle quali non si vede scorrere la sabbia, ma si osserva la metamorfosi, esteriore e soprattutto interiore, della protagonista, e in virtù di questa si percepisce lo scorrere del tempo. Le luci accentuano la passione, densa e oscura, che pervade la vicenda: una passione erotica e violenta, che visivamente è veicolata grazie all'alternarsi del rosso fuoco, del bianco freddo e della penombra scura che vengono creati sul palco giostrando i riflettori. (...)

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Maurizio Giordano «dramma.it» del 6 maggio 2007

Roma - (...) Sulla scenografia minimale e austera di Umberto Naso, con il gioco luci di Franco Buzzanca e le incisive musiche di Franco Lazzaro, si muove, nei due rapidi e immediati atti, una intensa e sanguigna Graziana Maniscalco nei panni di Mara, accompagnata sulla scena da un silenzioso e cupo Nino Romeo nelle vesti del boss di quartiere (...) E' la volitiva Mara, quindi, la padrona della scena nella pièce di Nino Romeo e Dollìrio (impersonato da un muto, espressivo e consapevole Romeo, costante presenza in scena) a poco a poco sembra spegnersi, fino a cedere alla graduale decadenza fisica, alla paralisi. (...) Come in tutti precedenti lavori di Romeo, anche in questo ha la sua funzione, la sua centralità, il linguaggio (...) Lavoro avvincente, di analisi, come detto psico-sociologica, di tipi, situazioni, linguaggi di alcuni quartieri ad alto rischio e soprattutto che incentra la sua attenzione su un potere occulto, colluso, padrone di un sistema logoro, incancrenito attorno al quale ruota tutta l'organizzazione sociale, ieri come oggi. Applausi per i due interpreti, il muto Nino Romeo e la sempre più apprezzata e camaleontica Graziana Maniscalco (...)

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Liliana Rosano «Girodivite» dell' 8 maggio 2007

Non un testo sulla mafia, ma piuttosto un viaggio introspettivo nell'evoluzione dell'animo di una donna all'interno di una storia di mafia. Il dramma Dollìrio, affidato all'intensa e drammatica interpretazione della bravissima Graziana Maniscalco, si dipana in un arco temporale trentennale (...) Oltre ai richiami a fatti di cronaca e ai giochi di potere di cui è stata protagonista la mafia catanese, la vera forza drammatica del testo sta in questo progressivo gioco a spirale in cui si intrecciano il rapporto tra l'universo femminile e quello maschile, dove non c'è spazio per la dimensione dolorosa dell'animo della donna, scarnificata senza concedere mai spazio al pentimento né alla catarsi. L'elemento innovativo e se vogliamo sperimentale della pièce, sta nel tentativo di assecondare la forza scenica del personaggio femminile a un certo tipo di linguaggio crudo, reale, altalenante tra siciliano ed italiano, che consente al testo di perdere la sequenza cronologica degli eventi e di attestarsi in una sorta di iperrealismo forzato della memoria.

Interessante è poi la realizzazione asettica e minimalista dello spazio scenografico e l'utilizzo delle luci: entrambi questi elementi delineano con forza il passaggio da un quadro all'altro e da un progressivo mutamento del personaggio di Mara all'altro con un effetto quasi cinematografico.

Suggestive le musiche di Franco Lazzaro, orchestrate in maniera classica, rendono semantici le sfumature emotive della protagonista sviluppando momenti onirici. Il forte impianto narrativo del testo non si frammenta mai, anzi, si struttura con vigore proprio nel finale (...).

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Sabina Corsaro «Kataweb» dell' 8 maggio 2007

Catania - Definirlo il dramma di una donna appare riduttivo; sembra, invece, più idoneo considerarlo il flusso inesorabile di una coscienza che fa i conti con la sua memoria (...) Nino Romeo lega i pezzi sparsi dell'interiorità della protagonista attraverso l'elemento linguistico: è questo a dare un'identità e una misura ai cambiamenti della personalità di Mara nel tempo, ai fatti sociali che si svolgono attorno a lei, e il dialetto siciliano si alterna ad espressioni (brevi ma intense) di alta liricità.

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Paolo Randazzo «Centonove» del 11 maggio 2007

Catania - (...) Un lavoro importante per la concezione (...) e la scrittura, impor­tante per il raffinato lavoro lin­guistico e la messa in scena, importante per la tematica che indaga. Importante perché vi si percepiscono i segni di quell'impegno intellettuale che l'arte implica sempre se non vuol cadere nella sciatte­ria o nella superficialità. (...) È anche per questo allora che lo spettacolo di Ro­meo è importante: perché af­fronta tale argomento riflet­tendo, attraverso la storia del mafioso Dollìrio e della sua, prima serva e poi compagna, Mara (in scena Romeo, sempre in silenzio, e la Maniscalco che con una straordinaria prova d'attrice affronta ogni momen­to dell'evoluzione interiore del personaggio), sulle dinamiche del potere (...) Il tut­to proposto nella prospettiva d'una vitalità femminile che assorbe i vizi della gestione maschile del potere per poi far­li diventare prassi assoluta e tragica.

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Giuseppe Condorelli «Il Dito» del 25 maggio 2007

Catania - Singolare femminile con boss in un interno di mafia. A marcare la presenza totemica di una donna, un impianto scenico rarefatto quasi una memoria metafisica, sedie e tavolo meticolosamente immersi nella contrastata luminosità della casa del boss Dollìrio (...) Una dimensione domestica e simbolica in cui, nel corso di un'intera esistenza agisce Mara, percorrendo una dialettica servo-padrone assai costante nella drammaturgia del regista catanese. E nello straordinario incedere recitativo e corporeo della protagonista Graziana Maniscalco è giocato tutto il contrasto: mantice di dolore e di pietà prima, di glaciale e assoluta volontà di potenza dopo. La sua implorante giaculatoria d'aiuto si scioglie all'inizio in servile e morboso attaccamento poi in sorda complicità; le lacrime poco a poco cominciano a distillare fermezza; negli anni la sudditanza si muta in dominio. Dal canto suo, Dollirio, convitato di pietra, circondato solo da un latrare di cani e dai silenzi che ne accompagnano la siderale solitudine ne subisce la devastante forza femminea. Da bambola timida e virginale (anche nella mise dei costumi di Umberto Naso che ricordano le fanciulle di Cemak) alla spavalda ostentazione del lusso. In questo perimetro di violenta onnipotenza agisce soprattutto la parola, il mistilinguismo caro a Romeo (da Cronica a Fatto in casa): da un lato il dialetto catanese tellurico e furioso, dall'altro un italiano dal registro medio alto, parabola di una identità e di un ruolo ormai dominanti. (...) Nei due atti della piece, grazie ad un dettato registico rigoroso, reso ancora più corposo dalla drammatica immanenza delle musiche di Franco Lazzaro, la sua ascesa è impetuosa, irresistibile: da spudugghiafacenni a "consigliori", e via via sempre più addentro agli affari del boss. Più lei giganteggia più rimpicciolisce Dollirio, chiuso nel dolore per la morte della figlia, nell'ignavia per la pazzia della moglie; anzi, ormai malato e ridotto a "pezzo di carne" lascia che sia proprio Mara, sovrana ormai assoluta, a decidere le strategie matrimoniali, a dettare i principi della deontologia mafiosa familiare e a tracciarne le nuove rotte politico-finanziarie. Dal pizzo agli avvertimenti fino alla mafia imprenditrice lungo una "linea della palma" sempre meno siciliana, la vicenda abominevole di Mara non offre barlumi di pentimento. Lei stessa, duplicazione deformata del boss, alla morte di Dollirio, non si concederà nessuna redenzione, nessun riscatto che possa sottrarla dal suo rovinoso precipitare al fondo di uno sterminato nulla. Applausi meritatissimi a scena aperta.

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Guido Valdini «Anteprima» del maggio 2007

Palermo - La brutalità fredda dei meccanismi sociali, il cinismo dei rapporti sentimentali, la passione violenta alle fondamenta dei processi esistenziali -il tutto cementato da un singolare e accuratissimo uso del dialetto della Sicilia orientale- sono fra le caratteristiche della drammaturgia di Nino Romeo, autore, attore e regista catanese di ultraventennale esperienza, fra i più interessanti e significativi in circolazione in Italia (...)

La ricerca linguistica di Romeo si sposa con un'indagine a tutto campo sul contesto siciliano, in modo ben più innovativo e profondo di quanto non facciano autori e registi di recente moda. Il drammaturgo catanese (...) affonda nelle radici della corruzione della condizione umana, e spesso a partire dal mito, per riproporne umori, affetti e vele­ni in una dimensione moderna, mettendone in luce pieghe e piaghe, amplificandone gli echi e, ad un tempo, scarnificando le voci, in una sorta di iperrealismo fantasmatico. Come lo scavo attorno ad un albero, i cui rami mu­tano foglie, ma il cui tronco rimane misterioso testimone del respiro della natura. (...) La Mara di Graziana Maniscalco, attrice di nervosa tensione emotiva e di talentuose ca­pacità espressive, si annuncia come una figu­ra dall'anima torbidamente ambigua che non smetterà di emozionarci.

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Premio Inscena dell'ANCT (Associazione Nazionale Critici di Teatro) dell' 11 giugno 2007

Motivazione - "Attrice di vivido temperamento filtrato da misura interpretativa e razionalità dell'espressione -sia mimica che vocale- lavora da tanti anni al perfezionamento di una femminile individualità di attrice, ove la passionalità mediterranea si congiunge idealmente ai più rigorosi modelli della grande drammaturgia nord europea. Animatrice del gruppo Iarba di Catania, analizza un labirinto linguistico che esula dallo stereotipo dialettale facendosi ricerca di un lessico inusitato e restituito a nuova dignità poetica, come nel caso di Dollìrio rappresentato di recente allo Stabile di Catania."

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Francesco Nicolosi Fazio «Inscena» del giugno 2007

Alla stupenda opera che giganteggia nel palermitano palazzo Abatellis fa pensare l'ultima opera di Nino Romeo, interpretata dalla sua Graziana Maniscalco, con la silente presenza dello stesso autore in scena, comodo testimone della vicenda che, con l'algida spietatezza di un documentario, narra dell'ascesa di una umile donna ai più alti livelli di una mafia organica al grande capitale. Un'opera completa, capillare nella descrizione dell'evolversi di una situazione sociale e criminale che si personifica nel personaggio della serva che si fa padrona. (...) Ma al di là di ogni "pretesa" sociologica, l'opera vive di un interiore, ampio respiro che la fa diventare dramma universale e non limitato all'epoca ed ai luoghi dei fatti evocati. Una tragedia che scaturisce dalle porzioni più profonde dell'io, anfratti nascosti dove riesce ad intravedersi ogni ambizione, anche la più legittima ed onesta, che comporta sempre un pegno, un sacrificio, una tragedia. Il punto d'incontro tra il tema antropologico e quello umano diviene, nell'opera e nella scena, il personaggio principale, stupendamente reso da Graziana Maniscalco che assume la dimensione scenica di una vera regina shakespeariana, sia per la vicenda narrata, che per la presenza di teatrante completa in ogni registro recitativo. Fluido e pertinente il dialetto usato, come scritto e ripenetrato da Nino Romeo; semplice e coerente la scena, che non "corre in aiuto" di uno spettacolo lineare e complesso, a cui non va nulla aggiunto: poiché non si avverte il bisogno di alcun colpo di scena. Escamotage cui si ricorre quando bisogna tener desto lo spettatore, che qui viene avvinghiato da uno spettacolo che lo soddisfa di ogni attesa, anche semplicemente spettacolare. Quasi scontato il conferimento del premio dell'Associazione Nazionale dei Critici Teatrali a Graziana Maniscalco, che, con Nino Romeo, fa parte di quegli artisti di riferimento nazionale per un modo di fare teatro che è sperimentale e di grande pubblico. Un ossimoro. L'arte, quando è vera, consente anche questo.

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Alessandra Ceravolo «Narcomafie» del luglio/agosto 2007

(...) La scalata di Mara alla "famiglia" ribolle nel magma di un'ambizione imprevedibile che finirà per divorare, in un crudo corpo a corpo teatrale, il vecchio Dollirio, presenza costantemente muta e via via sempre più indifesa. (...) Mara è il volto della nuova mafia, che non si accontenta di un controllo obsoleto del territorio, ma punta in alto e oltre i confini segnati dal boss di quartiere, imbracciando una rinnovata intraprendenza che le fa stringere patti con la politica e siglare accordi con la finanza. Lo spettacolo è tutto giocato sull'interpretazione raffinatissima e straripante di sfumature ora dolenti, ora imperiose o sprezzanti dei due attori: Graziana Maniscalco, che ha ricevuto per la sua carriera di attrice, ma in particolare per l'interpretazione di Dollirio, il premio dell'Associazione dei Critici di Teatro, e Nino Romeo, che è anche autore e regista dello spettacolo. Il linguaggio, il balletto di sguardi, gesti, sospensioni, le luci che inquadrano minacciosi coni d'ombra raddensano un'atmosfera livida che avvolge il palcoscenico e avvince perdutamente lo spettatore.

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Angelo Pizzuto «Sipario» del 14 novembre 2007

La nuova opera di Nino Romeo, tra gli autori più rigorosi, coerenti ed avvincenti di una scrittura scenica lontana dai baricentri delle spartizioni politiche, è l'ennesima conferma di un talento d'autore il quale, non senza crudezze lessicali e libere associazioni fantastico-antropologiche, mira alla decomposizione -"dal di dentro", in senso implosivo- di ubbie, menzogne, logiche di violenza arcaica che covano sotto la cenere di un'isola incantata (?). Su cui è ancora agevole abusare di populismo e folklore, nel comune imperativo degli egoismi e delle omertà tribali. E ogni riferimento riguarda volutamente la Sicilia.
In una (s)composizione scenografica ridotta all'essenziale, denudata di orpelli naturalistici, cupo ventre di un non-luogo che potrebbe parimenti ospitare un dramma beckettiano, sartiano o di varie diramazioni dell'"assurdo", Dollìrio sta qui ad enucleare (come convitato di pietra, muto, indolente, empio nella ciondolante presenza dello stesso scrittore) l'intima essenza di una sopraffazione, di un muto "patriarcato" che si serve della donna per poi venirne devastato, rimbecillito, quindi divorato a fuoco lento. E quella ragazza che chiede asilo alla sua casa, protezione e sussistenza alla morte dei genitori (che lo stesso individuo, palesemente un capoclan, ha fatto eliminare per non si sa quale sgarbo subito), assurgerà, come creatura ibseniana, alla complicità della concupiscenza, dei delitti, delle magagne speculativo-finanziarie di cui il suo aguzzino è garante. Nel ribaltamento supino e incandescente dei ruoli, nel sovvertimento del sadismo che omologa la vittima al carnefice (in letteratura si direbbe una "endiadi di opposti", non v'è l'una se non v'è l'altro), e lungo i paramenti di ciò che in psichiatria viene definita la Sindrome di Stoccolma, Graziana Maniscalco sa essere protagonista suadente e superlativa, eclettica e unitariamente legata al filo di una vendetta che conquista, man mano, valenze metafisiche, erinniche, di astratto furore. Meritevole, pertanto, del premio assegnatole, dopo tanto lavoro, dalla Associazione Italiana dei Critici di Teatro, in una serata di affettuose "rimpatriate" al Piccolo Teatro di Milano.
Del resto, più del dramma umano e sociale, oltre la poetica del "disvelamento" e della memoria civile, quello della Maniscalco è un vero e proprio percorso di guerra (della parola, della tonalità, della postura) lungo il tracciato di una individualità femminile in cui la passionalità mediterranea sembra idealmente agganciarsi ai modelli più algidi, inflessibili della grande drammaturgia nordeuropea. Con una duttilità di efferatezza, di trasformismo, di irremovibile strazio che potrebbe appartenere, senza stridori, alle donne di Bergman, Strindberg, Sjostrom. Assisa, allegoricamente, su una seggiola che è "carretto fantasma", Graziana Maniscalco percorre il labirinto linguistico che per lei ha ordito Nino Romeo (una lingua siciliana orfica, apotropaica, inesplorata e sinistra come la grotta di un ciclope) con l'austerità e l'autorità di uno "strumento" fonetico, musicale, parossistico che immerge la propria anima nelle ignote "fogne" di una desolazione conseguente la profanazione subita. Rinvenendone indenne e sublimata.

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Dejan Bozovic «Il Gazzettino» del 21 febbraio 2008

Trieste - (...) Scritto e diretto da Nino Romeo, Dollìrio è strettamente legato, sì, al tema della mafia catanese, o meglio dire di un particolare percorso della sua "globalizzazione" (facilitata dai multipli legami, su vari livelli, con il potere economico e politico), ma due sono le peculiarità che risparmiano alla pièce il sapore del dejà vu. La prima riguarda la capacità dell'autore di mantenere uno stacco etico, di astenersi, vale a dire, dai giudizi, non solo cedendo questo spazio al pubblico, ma amplificando e acuendo con una specie di voluta freddezza e crudezza il gelido squallore della vicenda. Questa, poi, come ipocentro inconsueto, se non proprio inedito, ha una donna (...) resa magistralmente da Graziana Maniscalco, che per questa prova ha ottenuto l'anno scorso il Premio Inscena. Incredibilmente intensa e persuasiva, senza minimi cali di concentrazione, la sua interpretazione semplicemente ipnotizza lo spettatore (...) Entusiasmante la reazione della platea.

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Roberto Canziani «Il Piccolo» del 21 febbraio 2008

Trieste - (...) Dall'abituccio macchiato di sangue, Mara è passata al gessato grigio della mafiosa in carriera, portando con sé il testimone di una vendetta che non ha smesso mai di bruciarle nel cuore. (...) La forte interpretazione di Graziana Maniscalco (...)

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